Un Amore Senza Nome

Da bambino ero solito sdraiarmi sul letto mentre aspettavo che la cena fosse pronta, e guardando il soffitto pensavo al futuro.
Tutti l’abbiamo fatto, almeno una volta.

Quando si è piccoli, tutto è relativo, il futuro è solo un’incognita con cui un giorno si dovrà fare i conti.
Un giorno, non ci è mai stato specificato quando, e per questo il “giorno” è sempre molto lontano, abbastanza da godersi il presente giocando a pallone nel parchetto di fronte a scuola.

Da piccolo pensavo a come sarebbe stato bello, essere grandi, avere la patente e nessun orario per andare a letto.

Avevo solo i telefilm americani con cui fare paragoni, e tutto sembrava così meraviglioso visto con gli occhi di allora.

Pochi attimi di follia poi tutti in cortile, intorno a quella fontana da cui scrosciava l’acqua più pulita di tutta la città.

Nessuno ci ha mai detto che crescere fa schifo.

Il cortile di fronte a scuola è stato trasformato in un condominio, i bambini ormai non escono più e passano i loro pomeriggi chiusi in casa davanti ai videogiochi.
La fontana è ormai in disuso da anni, diventata ormai il nido di piccioni e di ogni tipo d’insetto.

Ovvio, ogni generazione guarda al passato ritenendosi migliore di quella futura, ma sostanzialmente il motivo del mio cinismo si può sintetizzare con una parola soltanto.
Amore.

E’ lui l’assassino della felicità di un bambino, o almeno… della mia.
Non ho mai avuto una “storia d’amore” che si possa definire tale, solo attimi di passione, a volte di romanticismo, ma nulla che fosse durato abbastanza da farmi cambiare idea.

Ho vissuto gli ultimi mesi, forse anni, nella più totale solitudine, chiudendo il cuore a doppia mandata e non lasciando spazio a nessuno.

«Lasciate ogni speranza o voi ch’entrate.»

Dopo una vita di sofferenze uno s’inizia a stufare di mettere cerotti sul cuore.

Quel giorno qualcosa è scattato, qualcosa mi ha ridato quella scossa di vitalità che non sentivo da tempo.

La vidi da lontano e subito capii che non era come tutte le ragazze conosciute fino ad allora, che forse sarebbe potuta essere quella ventata di novità capace di farmi sentire… vivo come non ero mai stato.

Come quando da bambino il cuore inizia a batterti all’impazzata nel reparto dei giocattoli e non sai dove girare la testa.

Al contrario la mia testa era puntata in una sola direzione, verso quel sorriso capace di donare felicità anche a un cuore pieno d’odio e disperazione.

Si può dire che la vidi da lontano e subito me ne innamorai.
Lo so, sono sempre stato un tipo impulsivo, incapace di controllare gli istinti, ma quella volta era diverso.
O forse lo credevo soltanto.

Mi avvicinai e timidamente ordinai un caffè, mentre mi tuffavo nei suoi occhi.
Nella mia vita ho cambiato idea molte volte sugli argomenti più disparati, ma l’unica costante è che gli occhi non mentono mai.
Gli occhi sono lo specchio della nostra anima, e per quanto possa sembrare una frase fatta, è proprio così.

Puoi atteggiarti da duro, ma il tuo sguardo ti mostrerà per quello che sei realmente.

«Non sei di qua, vero?» mi chiese «Non ti ho mai visto da queste parti.»

«Diciamo che sono di passaggio, questioni di lavoro. Potrei anche pensare di tornare per restare, in futuro.»

Nulla al mondo avrebbe potuto farmi rimanere in quella topaia di città, eccetto lei.
L’ho già detto che sono un tipo impulsivo?

«Scappa, finché sei in tempo.» mi sussurrò «E portami con te.»

Sono frasi del genere che scatenano in me film mentali degni della regia di Steven Spielberg, e fu così che mi venne un’idea.

«A che ora stacchi? Ti va di andare a bere qualcosa?»

Le parole mi uscirono così velocemente che non mi accorsi nemmeno di averle dette, come quando si toglie un cerotto.
E forse, metaforicamente parlando, ne stavo proprio togliendo uno dal cuore.

«Mi dispiace, la politica del bar non mi permette di uscire con dei clienti.» mi disse, ma il suo sguardo non era d’accordo, così, sfacciatamente, mi feci avanti.

«Perfetto, allora esco da quella porta e ti vengo a prendere alle 8»

Attimi di silenzio che per me parvero ore, mentre il lento ticchettio dell’orologio a muro risuonava quasi amplificato, scandendo ogni secondo come una condanna.

«Ti rendi conto che abbiamo saltato la fase della presentazione per passare subito all’appuntamento?» mi disse ridendo mentre mi scriveva il suo numero sul palmo della mia mano.

«Non ho bisogno di conoscere il tuo nome. E’ te che voglio conoscere.
“A rose, by any other name, would smell as sweet”.»

Certo, quest’ultima citazione alla Shakespeare me la sarei potuta risparmiare, ma lei parve apprezzare, sfoggiandomi uno di quei sorrisi di cui già ero pazzo.

Uscii da quel bar con la serratura del mio cuore scassinata, un sorriso sulle labbra e una nuova fiamma che ardeva dentro di me.
Nemmeno il buio di quella città e quella pioggia perenne avrebbero distrutto questa mia nuova gioia di vivere.
Almeno per un po’.

 

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