Venti minuti


Ci sono quelle giornate che passano lente, mentre l’acqua calda della doccia ti riscalda e pensi a come potresti migliorare la tua vita.
Con buone probabilità non ci riuscirai, anzi, uscirai dalla doccia senza avere la più pallida idea di cosa fare e litri e litri di acqua sprecata alle tue spalle.
Capitano a tutti giornate del genere, la cosa migliore è cercare di imparare ogni volta dai propri sbagli.
La mia, quel giorno, era una doccia d’acqua fredda.
Metaforica.

Ero seduto al bar, come sempre ormai da qualche anno, da quando avevo trovato lavoro.
Non sono mai stato quel genere di persona che passa ogni sera a una festa diversa, solo per conoscere gente nuova, ragazze nuove…
Il lavoro è semplicemente stato la scusa per farmi emarginare ulteriormente dal resto del mondo.
Ero sempre in conflitto con quella parte di me che voleva ricominciare, ma non sapeva come.
Entravo in quel bar con la certezza che nessuno mi conoscesse, nessuno sapeva chi fossi o il mio nome.
Mi prendevo il mio Gin Tonic, e dopo venti minuti mi rimettevo sulla carreggiata della routine.
Per venti minuti nel resto del mondo non esistevo, e per venti minuti in quel bar nessuno sapeva chi fossi.
Quella sera qualcosa sconvolse la mia monotonia.

Una ragazza che non avevo mai visto prima si avvicinò e si sedette al mio tavolo, guardandomi negli occhi con un sorriso stampato sul volto.
Aveva i capelli rossi, leggermente mossi, che le cadevano sulle spalle, gli occhi verde chiaro e qualcosa che somigliava alla tristezza nei suoi occhi, seppur il suo atteggiamento volesse far credere il contrario.

«Ti ho già visto da qualche parte?»

Continuando a fissare il mio bicchiere, ormai quasi vuoto, mi venne da ridere.

«Ne dubito, non sono nessuno durante questi 20 minuti in questo bar, e figuriamoci se sono qualcuno durante il resto della mia vita. »

Il sorriso della ragazza scomparve in un attimo.

«Tu sei “Adriano Meis”»

Abbandonai il mio bicchiere e la guardai dritta negli occhi.

«Il mondo non cambierà, se non sei tu a volerlo cambiare. Le persone non ti tratteranno diversamente se non gliene dai un motivo.
Scappare dal mondo e fingersi morto per venti minuti non aiutano.
Torna a essere Mattia Pascal, fa che il mondo voglia che tu sia Mattia Pascal.»

Si alzò e uscì di corsa dal bar.

Quella ragazza, oltre ad aver citato il mio libro preferito, aveva centrato il punto senza nemmeno conoscermi.
O così credevo.
Cercai di raggiungerla quando ormai se n’era andata da un pezzo.

“Morto di là, a Miragno, come Mattia Pascal; morto di qua, a Roma, come Adriano Meis.”

Salii in macchina con la testa gonfia di pensieri, ma uno tra tutti mi rimbombava più degli altri.
Chi era quella ragazza? L’avevo veramente già vista?

Iniziò a piovere, mentre poco più avanti una pattuglia di polizia aveva bloccato la strada per un incidente stradale.
La vittima, una giovane ragazza forse ubriaca, era morta sul colpo.

Mentre mi dicevano di circolare, un groppo in gola mi fece pensare al peggio.
Il corpo della ragazza era già stato chiuso all’interno di quella tetra sacca nera, rendendo impossibile riconoscere chi fosse alla guida.
La macchina era una vecchia Ford, completamente distrutta e cappottata al di fuori del guardrail.
E se…

Quella notte non dormii, continuai a rigirarmi nel letto con un pensiero fisso.
Se la luce di tristezza scorta negli occhi della ragazza l’avesse costretta a ubriacarsi e a mettersi al volante?
Avrei potuto salvarla se solo le avessi dato ascolto almeno per un secondo, se avessi mantenuto viva la conversazione.

O forse la ragazza dell’incidente non aveva nulla a che fare con la rossa che aveva tentato di spronarmi.

Erano ormai le 4 di notte quando qualcuno iniziò a bussare con insistenza alla mia porta.
Appena la vidi le saltai al collo in un abbraccio di felicità, contento di aver finalmente la risposta a tutte le mie preoccupazioni.
Aveva gli occhi e il viso bagnati da lacrime e quell’abbraccio la colse impreparata.
Vidi solo in quel momento che aveva la maglietta strappata e qualche taglio sulle braccia e sulla fronte, ma non diedi particolare importanza a quei piccoli dettagli.

«Ti ho seguito da quando sei uscito dal bar. Sono ore che sono qui fuori cercando di trovare la giusta motivazione per parlarti.
Il fatto è che anch’io ero come te, lo sono sempre stata.
Ho cercato con l’alcool di curare le ferite all’interno della mia anima, mi estraniavo ogni giorno, per mezzora circa, lasciando credere al mondo che fossi morta.
Questa volta però ho esagerato.
Non fare anche tu il mio errore, non smettere di vivere nemmeno per un secondo.»

«Vuoi entrare? Ti faccio un caffè e mi racconti cos’è successo?»

Mi girai, letteralmente solo per un secondo, e la ragazza era già sparita.

Al mattino dopo lessi dell’incidente sul giornale.
La ragazza si chiamava Sara, aveva 23 anni.
L’incidente era avvenuto 3 ore prima della mia solita tappa al bar, e nella sua macchina l’unica cosa rinvenuta fu una copia del libro “Il fu Mattia Pascal”.
Scesi con lo sguardo al fondo della pagina, dove la foto mi fece rabbrividire.

Era lei, è sempre stata lei.

In un attimo capii tutto, dallo sguardo malinconico al suo atteggiamento allegro e al suo cambiamento d’umore improvviso.
Corsi a casa della famiglia, volevo dare le mie condoglianze pur non conoscendo nulla di lei.

Mi aprì quella che presumo fosse la sorella.

«Ti ho già visto da qualche parte?»

Mi chiese, con la voce bassa dovuta alle lacrime.

Le sorrisi.

«Sono un amico di tua sorella»

Mi sorrise sotto le lacrime e mi lasciò entrare.

Parlammo per ore, ma non le dissi ciò che mi accadde quella notte.
Mi era servita una spinta, ma ero finalmente chi dovevo essere, dove dovevo essere.

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