Nella fine, l’inizio

D’un tratto capii, tutto divenne chiaro mentre sorridendo, vivevo gli ultimi attimi.
In un attimo la luce avvolse ogni cosa, poi soltanto il buio.
La morte non faceva più così paura, ora che sapevo di aver pagato.
Questa storia trova le fondamenta dalla mia adolescenza.
Sì, è un bel salto indietro di trent’anni, ma è la vita; le azioni del tuo passato ti possono condurre solo in una direzione, solo verso un’unica strada corretta.
Nel mio caso, è stato un viaggio molto travagliato.

Non sono mai stato un bravo ragazzo, fin da piccolo ero la rappresentazione di tutte le paure di un genitore.
Maleducato, prepotente e soprattutto esigente con i ragazzi più deboli.
La mia carriera di studente si protraeva negli anni, e spesso passavo più tempo nell’ufficio del preside che nella mia classe.

Mentre io mi divertivo alle spalle degli altri, i miei compagni andavano avanti, lasciandomi sempre solo, emarginato.

Ho perso i miei genitori all’età di otto anni; un incendio causato dal gas rimasto aperto.
E’ bastato un fiammifero.
Non avevo altri parenti nelle vicinanze, per questo motivo sono stato affidato a un tutore legale al quale non importava nulla di me, e questo non fece che aumentare la mia ira nei confronti del mondo.

Finii per farmi buttare fuori a calci da ogni tipo di scuola io abbia mai frequentato, trovando poi lavoro in una fabbrica di silicio poco lontano dalla città.
Anche i colleghi, visto il mio temperamento, erano soliti lasciarmi in disparte, e all’epoca pensavo non m’importasse.
Dentro me, però, si stava formando un vuoto nell’anima, mancanza d’affetto forse.
Non avendo di che colmarlo, iniziai a sfogare la mia rabbia ubriacandomi ogni sera al bar.

Ricordo bene quasi ogni singolo particolare di quella sera, la sera dove tutto è cambiato.
Era al mio quinto bicchiere di scotch, con la vista annebbiata mentre ci provavo senza pudore con la barista che, alquanto imbarazzata, faceva finta di non sentirmi.

In un secondo un tizio mi bruciò distrattamente la mano con la sua sigaretta, sicuramente anche lui non doveva essere sobrio, ma io avevo dalla mia un eccesso di rabbia che ormai faticavo ad esprimere.

Senza nemmeno che me ne accorgessi, mi ritrovai con la mano destra stretta sopra al suo collo, mentre con la sinistra lo infilzavo con un coltello trovato chissà dove.
L’uomo lasciò cadere la stecca da biliardo che stava reggendo, mentre la mia mano si macchiava di sangue e nel bar risuonò un concerto di urla.

Lasciai la presa e l’uomo cadde senza vita di fronte a me.
Con la mente ancora annebbiata dall’alcool, scappai prima che qualcuno potesse avvisare la polizia.
Ero ubriaco, ma non abbastanza da non rendermi conto delle conseguenze che quella mia azione avrebbe comportato.

Sicuramente qualcuno mi aveva riconosciuto e avrebbe sicuramente fatto il mio nome con la polizia.
Da un nome ad un indirizzo il passaggio era breve.

Presi la mia macchina, e nuovamente lucido mi diressi il più lontano possibile da quella città, evitando ogni possibile zona dove avrebbero potuto fermarmi anche solo per un controllo.
In quel momento di lucidità, la mia mente tornò all’incendio che avevo vissuto quando ero ancora bambino, l’incendio che mi aveva fatto perdere entrambi i genitori.

Avevo lasciato io acceso il gas, e lo avevo fatto conscio di cosa sarebbe accaduto con la prima scintilla, anzi… desiderandolo.
Ero un assassino, e quella sera mi ero confermato come tale.

Ebbi altri flash di quella giornata, ricordo che subito dopo l’esplosione ero felice, felice che il mio piano avesse funzionato.
Persino di fronte alle fiamme sorridevo.
Non mi importava di aver perso i miei genitori, di aver causato un vuoto incolmabile nella mia anima per un mio semplice capriccio.
Ero felice.

Guidai, fuggendo dall’Italia per chiedere rifugio in una città Austriaca.
Lì vissi per due anni lavorando come lavapiatti in un ristorante Italiano, paga in nero ovviamente.
Non avevano fatto domande, e non avevano bisogno di risposte per il momento.
Sapevo fare il mio lavoro, ed era quello che importava.

Sapevo però che non l’avrei scampata così facilmente, non tanto dalla polizia italiana, quanto dal karma.
Nonostante il mio carattere potesse far credere diversamente, ho sempre pensato che ad ogni nostra azione negativa il karma avrebbe risposto negativamente.

Scoprii di avere una rara malattia, di cui ancora nessuno aveva trovato una cura.
Mi diedero tre anni di vita al massimo.
Strike uno.

Il mio datore di lavoro scoprii il mio oscuro passato, e fui costretto a scappare ancora una volta, sperperando i miei risparmi nell’alcool, e ritrovandomi a vivere sotto ai ponti.
Non avevo una famiglia, non avevo amici e ora non avevo più nemmeno una casa.
Strike due.

Ma sapevo che il peggio doveva ancora venire.
Le forze cominciavano a mancarmi, non avendo più alcun risparmio per potermi permettere medicinali.
Mi era cresciuta una lunga barba marrone e tenevo i capelli raccolti con un laccetto.
Ormai non riuscivo più a camminare, mentre il dolore alla schiena mi aveva portato ad ingobbirmi sempre più, utilizzando un ramo d’albero come bastone da passeggio.

La rabbia, però, nonostante tutto non accennava a diminuire, anzi.
Continuavo ad inveire contro chiunque passasse, forse anche per il semplice fatto che loro sembravano avere una vita perfetta mentre la mia era perseguitata dalla sfortuna.
Potevo però lamentarmi?

E qui si conclude la mia storia, l’ultimo giorno, il giorno della mia redenzione.
Mentre camminavo per strada vidi una folla radunata sotto ad un edificio in fiamme.
Alla finestra un uomo e una donna urlavano dalla paura, chiedendo che qualcuno venisse a salvarli.

Sotto alla finestra, davanti a tutti, c’era un bambino che guardava le fiamme e sorrideva.
Non so per quale motivo, forse la vista di quello che sembrava il mio passato che si stava ripetendo, o forse finalmente la rabbia si era affievolita a tal punto da permettere alla mia bontà d’animo di venire a galla; sta di fatto che senza pensarci, entrai nell’edificio in fiamme e con la poca forza che era rimasta nelle mie braccia, sbloccai la porta aiutando gli ultimi due superstiti a scappare.

Mi ringraziarono con gli occhi pieni di lacrime, mentre con il bastone facevo loro segno di muoversi e uscire dall’edificio.
Loro ce la fecero, io no.

Mentre tentai di scendere nuovamente le scale, un piede mi rimase incastrato nel legno reso fragile dal fuoco.
Non avevo più la forza per muovermi né tantomeno per urlare.
Sorrisi.
Le fiamme diventarono sempre più intense, mentre tutto intorno a me iniziava a crollare.
Strike tre.

D’un tratto capii, tutto divenne chiaro mentre sorridendo, vivevo gli ultimi attimi.
Nella fine, l’inizio.
In un attimo la luce avvolse ogni cosa, poi soltanto il buio.
La morte non faceva più così paura, ora che sapevo di aver pagato.

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